Era una tipica giornata di settembre delle langhe tinta dai bellissimi colori autunnali. Camminando attraverso quelle dolci colline, era impossibile non restare rapiti dal paesaggio. Qualcuno percorreva il dorsale, quella strada polverosa che univa il suggestivo Bricco di San Biagio (luogo che nel medioevo, pare ospitasse un piccolo monastero e una pieve) alla collina della Borgata Serra dei Turchi. In mano custodiva un libro scritto da un vecchio prete del posto, e ogni tanto si fermava a leggere quei singolari cenni storici, poi riprendeva a camminare.
I suoi passi lo avevano portato fin lì, su quel piccolo promontorio da dove partivano una serie di cascinali che si affacciavano su ampie aie, delimitate da un lato da portici e stalle.
Proprio in quel luogo, verso la fine del primo millennio, dopo aver invaso e saccheggiato la città di Alba, aveva sostato un gruppo di soldati saraceni.
Non si sapeva con esattezza quanto tempo quella colonia avesse stanziato sulla collina, e non era neppure noto se qualche militare si fosse pentito di tanta distruzione.
Una cosa sola era certa, essi avevano scelto quel posto, perchè oltre alle caratteristiche strategiche, offriva un clima mite, una frugale ma buona cucina e soprattutto il vino, il dolcissimo nettare degli Dei.
Sicuramente si erano allontanati a malincuore dal quella località che da allora venne appunto denominata "Serra di Turchi".
Si, era davvero difficile allontanarsi da quel luogo, ed egli si ritrovava a camminare ancora, fino ad arrivare alla cima della collina, da lì si poteva ammirare tutte le altre colline e anche la pianura albese: il panorama toglieva il fiato.
Finalmente, prendeva la via del ritorno, costeggiando la lunga fila di case, ma incuriosito da uno strano cigolio che proveniva da una vecchia cantina, si fermava ancora
Attraverso il portone socchiuso, intravedeva un locale buio, illuminato a stento da una piccola lampadina. Improvvisamente il portone si apriva e un simpatico viso rugoso gli sorrideva. Quel vecchio contadino immediatamente indovinava che lui proveniva dalla città, i suoi abiti lo tradivano e la sua macchina fotografica appesa al collo, ancora di più. In dialetto Battistin gli chiedeva se voleva entrare a vedere come si faceva il vino, e lui giovane giornalista milanese accettava. Dentro, un bambino di circa dieci anni, girava la maniglia di una vecchia macchina da pigiare. La pigiatrice, appoggiata su un tino, veniva riempita dall'alto dal padre del bambino, che rovesciava i mastelli pieni d'uva. Il giovane entusiasta, chiedeva il permesso di scattare una foto, e immortalare così le tre generazioni di agricoltori. Si concludeva anche per lui una giornata felice.

Qualche mese più tardi, Battistin riceveva una busta con dentro una copia di quella fotografia e orgoglioso, decideva di custodirla nel suo prezioso libricino delle preghiere.
Per quasi vent'anni quell'immagine è rimasta nascosta e dimenticata. Poi è accaduto che una mano larga e forte come quella di Battistin, la riportasse alla luce. Osvaldo ha sorriso riconoscendosi e riconoscendo suo nonno e suo padre Luigi.
Quel semplice gesto è bastato per risvegliare in Osvaldo qualcosa, le parole come famiglia e tradizione, hanno iniziato ad acquistare un nuovo significato. Osvaldo, riconciliandosi con le sue origini, ha capito chi era veramente echi voleva essere per sempre: un agricoltore, un uomo con una forte passione per l'arte di trasformare l'uva in nettare degli Dei.